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Contrapposti

Contrapposti

Sentimenti contrapposti — Sconforto e Gioia, Olio su tela di Mariano Cocco

 

Si avvicina lentamente e si ferma davanti alla scalinata della chiesa. Nell’auto ci sei tu, amore. Nel tuo vestito bianco vagamente ispanico, da sotto la tesa ondulata del cappello, mi lanci in un baleno i colori del tuo arco. La piazza è contornata da curiosi. Tuo malgrado, nel pensiero dei tuoi compaesani, sei un personaggio: ”la maestrina”. Hai spezzato tanti cuori. Molti speravano di portarti dove ora ti sto aspettando io: “il milanese”.

Apro la portiera e ti scopro… la mia mano trema. Scendi con apparente disinvoltura, ma sento che sotto il guanto candido, la tua mano vibra al pari della mia nel salire i gradini del sagrato. Le mani comunicano silenziose sensazioni e so che lo faranno in ogni stagione della vita.

In chiesa ci precedono due bimbe che vestono di giallo, come gialli sono i contorni che ornano le balze del tuo abito. Segue il corteo dei testimoni, dei parenti e degli amici. L’altare è un tripudio di gerbere e di calle. Ma è il tuo colore che trionfa! È la tinta del sole che sostiene il tuo sorriso.

Il parroco ci attende in piedi. Tengo la tua mano sotto il mio braccio mentre camminiamo con passi timorosi lungo il tappeto che indica la strada. Sarà la nostra via? Cerco di carpire i tuoi pensieri, ma le tue emozioni si uniscono alle mie, impedendo di leggere il momento.

La cerimonia ha inizio. L’assemblea partecipa in silenzio. Un brusio sommesso aleggia durante le “promesse” e lo scambio degli anelli. Hai voluto una fede dalle dimensioni inusitate… faccio fatica a calzarla sul tuo anulare affusolato. Noto la cura delle unghie… che bella la tua mano!

Il celebrante ci invita al bacio del rituale. Cerco le tue labbra che incontrano le mie. È un bacio diverso dagli altri… il primo alla mia sposa!

Fuori dalla chiesa indugi solo un attimo sul piano della scala. Ti rifugi nell’auto che ancora grondi riso. Mi infilo anch’io.

«Andiamo amore… non voglio baciare più nessuno».

 

Abbracciati nell’auto, siamo soli noi due. Metto in fuga grani sparsi che il tuo abito trattiene. Mi spolveri la giacca punteggiata di bianco. Appartati sul retro dell’alcova osserviamo il mondo scorrere all’esterno: è nostro, è diverso! Per primi al ristorante! Noto la meraviglia degli avventori, non sanno che ho sposato una sorpresa.

 

Alla spicciolata gli invitati. Aperitivo in terrazza: sguardi che spaziano sul verde variegato del giardino, pensieri altrove che si tuffano avidi nella frescura del lago, copricapo che si sfiorano tra le smancerie di chi nell’occasione si ritrova.

 

A tavola! Camerieri affaccendati, un velo di calura sul viso, battute che rimbalzano tra volti alterati dall’esubero, bridisi… tintinnio di bicchieri, evviva gli sposi… bacio… bacio, tagliolini si arrotolano sulle forchette, impazienti di infilzare candidi bocconi di pescatrice; calici colmi, calici vuoti, si nascondono volti turbati… “Tutto bene signori?”

Tu di qui, io di là tra i tavoli, torta a tre piani! La mia mano guida la tua che ancora trema… botti di tappi sparati all’impazzata, gli sposi della torta si possono mangiare? Ooohhh… lancio del bouquet, foto alla sposa, foto allo sposo, foto agli sposi, foto ai genitori con lo sposo, con la sposa, senza lo sposo, senza la sposa, foto di gruppo, foto di gruppi…

Vieni via… ti porto via con me!

 

Una folata di vento ti invola con l’ultima eco di quel giorno. Chinato davanti alla tua immagine, inseguo i suoni che la memoria affastella nel nulla della tua presenza. Invaso gerbere e calle, lavo la pietra bruna, accarezzo la cornice del tuo volto… i miei vuoti di parole ne lambiscono il sorriso! Eppure sono la giusta misura al tuo rubato, esuberante bisogno di clamore. Tutto si contrappone… e qui, nel tuo giardino, il vituperato silenzio è dimensione opposta. Parlami, amore… usa pure il silente.

 

Cesare Ferrari

La motonave Caribia 2

La motonave Caribia 2

"..Sabato ci imbarchiamo, anche la nave ha uno stile elegante, ma retrò. Si chiama Caribia 2. Mi sono documentato: è un ex mercantile statunitense di circa quindicimila tonnellate di stazza, acquistato dalla Achille Lauro nel 1950. Riconvertito in motonave da crociera ha seguito la rotta Italia-Australia con altro nome fino al 1966. Dopo varie vicissitudini nel 1973 è stato ribattezzato e assegnato a crociere nel Mediterraneo per conto della Siosa Line.
La nostra cabina è la 230 sul Ponte Principale che comprende: Barbiere, Boutique, Ristorante ‘Metropole’, Ristorante ‘Riviera’, Sala Feste ‘Barcellona’, Bar ‘Barcellona’. 
Partiamo da Genova prora su Barcellona… e non poteva essere altrimenti. 
I motori lamentano la sofferenza delle migliaia di leghe dedicate a uno scafo che non riesce a camuffare i danni procurati dalla salsedine. A Carì è stata assegnata la crociera preferita dalle coppie in viaggio di nozze.. e lei, traballante custode delle fedi, tra un rollio, un beccheggio e il fruscio di uno spruzzo argenteo, racconta le sue storie, le sue esperienze, lo stupore della sua prima volta nell’accarezzare le onde e l’impegno d’amore giurato al suo amante che ha labbra salate e infinite concubine; nello stillicidio cadente che traccia la notte limpida, sui ponti, giovani sposi accomunati nei sogni si riparano dall’umida marina avvolgendosi nella trapunta stellata, vagheggiando le loro prime esperienze fatte di trepidi amplessi e assorbendo rapiti le favole del mare..."

Cesare Ferrari 

E la storia continua...

E la storia continua...

…aveva trovato il  titolo per il suo primo romanzo.

«Il notebook è in offerta. Una vera scheggia: piccolo, maneggevole e praticamente nuovo. Purtroppo questo gioiellino è rimasto in vetrina alimentato con la presa di corrente per molto tempo. In questi casi la batteria si deteriora ed è il motivo dello sconto che ho previsto».

«Guardi, a me la batteria interessa relativamente…».

«Allora! In questo caso! Le ha notate le caratteristiche tecniche?» chiese soddisfatto il venditore convinto di avere agganciato il cliente giusto.

Certo che le aveva notate! Dopo quasi trentotto anni di informatica era stata la prima cosa che aveva consultato prima di interessarsi all’acquisto.

«Qual è il suo prezzo?»

«Beh, via, facciamo duecentotrenta Euro. Le va bene?»

«Se me lo lascia a duecento glielo porto via».

Il commerciante valutò la situazione. Quel computer gli sarebbe rimasto in magazzino. Allora allargò le mani in un gesto di finta resa.

«Va bene, ma guardi che ha fatto un affare!». L’esercente ritirò il computer nella sua scatola, controllò che fossero presenti tutti i componenti compresi nell’acquisto. Si avviò verso la cassa.

Il pensionato sembrava soddisfatto dell’acquisto. La batteria? Arrivato a casa avrebbe inserito il cavo di alimentazione nella presa della camera da letto, proprio di fianco alla sua poltrona preferita e non l’avrebbe più disinserito. Con quell’accorgimento il suo strumento creativo sarebbe rimasto in perenne stato di allerta. Chi scrive deve in ogni momento poter accalappiare l’ispirazione, il pensiero, l’emozione che compare nella sua giusta forma. Il suo quaderno elettronico avrebbe vegliato giorno e notte, perché le muse non dormono.

Avviò la sua piccola utilitaria, impaziente di utilizzare il suo nuovo contenitore di pensieri. Pioveva. Mise in funzione l’unico tergi vetro anteriore. L’auto tossì. Aveva la frizione che slittava, in simbiosi con il conto economico del proprietario. Un rivolo d’acqua, risparmiato dalla corsa traballante della spazzola, disegnò un arco sul vetro anteriore mentre transitava davanti alla sua scuola elementare.

Non si era laureato. Non aveva avuto la costanza di affrontare i disordini, gli scioperi, le continue sospensioni delle lezioni che il 68 aveva prodotto. Tuttavia era riuscito a farsi assumere poco dopo aver abbandonato l’università. Assunto a tempo indeterminato. Non esisteva precariato per i neodiplomati di allora!

Svoltò verso la periferia e si trovò davanti al palazzo della sua ex azienda.

Era stato assegnato subito al reparto di informatica: programmatore di computer che avevano le dimensioni di un campo da tennis. All’inizio aveva faticato a capire che il “dare” contabile era come l’”avere” della vita e viceversa, ma poi gli si era accesa la lampadina. Aveva iniziato a danzare sul piano dei conti aziendale come un ballerino, dando libero sfogo alla sua creatività. Aveva costruito una procedura talmente precisa e sofisticata che nemmeno gli utenti erano riusciti ad utilizzarne tutte le potenzialità. Poi era arrivato il genio di Bill Gates… Dai pc alle reti locali, a internet, ai social network. Nuovi orizzonti della comunicazione, dicevano. Connessione di esuberanti solitudini in sofferenza, era la sua opinione. Il cambiamento era stato veloce e non gli aveva dato modo di accostarsi alle nuove tecnologie. O meglio, aveva chiesto di essere trasferito nel gruppo che seguiva la nuova informatica, ma il direttore gli aveva dato una gran manata sulla spalla, dicendo che era così bravo ed esperto nello svolgimento delle sue attività, ancora lungi dall’essere dismesse, che non avrebbe potuto essere sostituito. Così era iniziata la parabola discendente del suo mondo informatico e dei suoi programmi. Un giorno il direttore l’aveva convocato e gli aveva annunciato con un sorriso sornione che il suo sistema contabile sarebbe stato sostituito da un prodotto creato per una rete di pc. Data la sua esperienza, il suo nuovo compito sarebbe stato quello di fare da interfaccia tra gli utilizzatori aziendali e i consulenti della società che avevano installato il pacchetto applicativo. Da quel momento questo aveva fatto. Lo aveva fatto talmente bene che, quando il capufficio della contabilità era andato in pensione, tutti immaginavano che sarebbe diventato lui il nuovo capo. Ma non era stato così, il figlio del responsabile acquisti gli aveva bucato la bolla di sapone che racchiudeva il suo sogno.

Una donna abbassò l’ombrello per evitare gli schizzi prodotti dalla sua auto, mentre superava il palazzo abitato da sua moglie prima di sposarsi.

«Bravo merlo!» aveva commentato risentita sua moglie, riferendosi alla sua mancata promozione. Ma lui aveva voluto togliere l’amara ironia e interpretare in senso letterale la sua frase. Un bravo merlo doveva seguire la missione che la natura gli aveva affidato e cioè provvedere a un nido e al cibo per i propri figli. E, ancora una volta, questo aveva fatto, senza risparmiarsi!

Aveva amato sua moglie, nonostante lei avesse riempito la sua vita di “vorrei capire!”, “mi devi spiegare!”, “potresti almeno immaginare!”. Per quale motivo le donne cercavano in ogni modo di sminuzzare la natura monoblocco degli uomini in tante briciole, alla ricerca di un’approssimata somiglianza con le loro variegate emotività?

Quando i medici dell’ospedale l’avevano chiamato per dirgli che per sua moglie non c’era più nulla da fare, aveva pianto a lungo, in silenzio, nascosto da un pilastro del corridoio. Poi si era fatto coraggio. Aveva forzato un’ombra di sorriso sul volto, era entrato nella stanza dove giaceva la sua compagna. Si era chinato su di lei e le aveva sfiorato le labbra. Gli era uscito solo un soffio di voce nel dirle: «Ti amo, nel significato più profondo che un uomo possa attribuire a questo verbo». Si era aspettato che sua moglie gli avesse risposto: «Per quale ragione non me lo hai mai detto prima?». Invece lei si era sforzata di sorridere e gli aveva replicato: «Ti amo anch’io, nei significati più profondi che una donna possa manifestare con questo verbo». Allora aveva compreso. Chi non aveva capito era lui! L’unica cosa che sua moglie gli rimproverava era la sua parsimonia nell’esternare le emozioni.

Viaggiava verso la periferia, alla volta del quartiere in cui abitava. Il bofonchiare ritmico del tergi vetro accompagnava i suoi pensieri.

Avevano educato e istruito i loro due figli; in questo sua moglie, doveva riconoscerlo, aveva avuto un ruolo primario. Erano cresciuti onesti e aperti alla vita. Si erano laureati, ma erano stati costretti a cercare all’estero un lavoro dignitoso. Erano arrivati i nipotini. Ma quando poteva vederli? Due tre volte all’anno. E pensare che tutti sostenevano che i figli fossero un investimento! Ma lui, evidentemente, aveva acquistato titoli riscuotibili solo all’estero.

Alcuni giorni prima il suo direttore gli aveva comunicato secco, secco che doveva decidere se scegliere il prepensionamento o la mobilità. Aveva scelto il prepensionamento. Meglio soli che male accompagnati. Aveva dato trentasette anni della sua vita a quell’azienda, fatto “squadra” come gli era stato più volte richiesto. Poteva la squadra con cui aveva giocato restituirgli almeno un “grazie” o contava solo il numero 37 che aveva sulla maglia, per consentire all’arbitro di alzare il cartellino rosso dell’espulsione?

Ormai era convinto. La vita, per ogni individuo che nasce, apre due conti che gestisce in partita doppia: uno in “dare” e uno in “avere”. Il loro significato è quello del parlar comune e non della contabilità. Quando la capo contabile con la falce verifica i conti è necessario che i saldi si pareggino. Le eccedenze vanno a vantaggio o a svantaggio di qualcun altro. Sono le differenze che creano le ingiustizie nel mondo. Era anche persuaso che il suo saldo fosse fortemente sbilanciato a favore del “dare”. Di conseguenza d’ora in avanti avrebbe pensato solo al suo “avere”: scrivere romanzi! Una passione che non aveva potuto coltivare perché il suo conto uscite gli aveva succhiato ogni momento del suo tempo libero. Quel computer sarebbe stato il mezzo per pareggiare lo sbilancio.

La pioggia era cessata ed il tergi cristallo esprimeva in rantoli ritmici tutta la sua fatica. Un sole sbieco occhieggiava tra le nuvole. Il pensionato parcheggiò l’auto davanti al condominio dove abitava. Aprì il portone e s’introdusse nell’ascensore.

La casa lo avvolse negli odori della famiglia. Erano rimasti solo loro a fargli compagnia. Era anche l’ora di cena, ma non aveva fame. Mise sul fuoco un po’ d’acqua per farsi una camomilla. Si sentiva agitato. Forse l’emozione. Tolse il suo pc domestico dall’imballaggio. Inserì la spina nella presa vicino alla poltrona e appoggiò sulla stessa il computer. Spinse con delicatezza il tasto di accensione. Lo schermo si animò. Partì l’installazione automatica del sistema operativo e dei prodotti previsti. Il disco fisso ronzava sommessamente mentre l’anziano consumava la sua bevanda.

Si accomodò sulla poltrona preferita e collocò il piccolo portatile sulle ginocchia. L’installazione era terminata. Avviò il programma di videoscrittura e iniziò a editare il suo primo libro. Si sentiva eccitato, ma stanco nello stesso tempo. Una certa nebbiolina uggiosa gli circondava i pensieri. Decise che fosse meglio riposarsi un poco, prima di continuare. Posò il computer sul pavimento e si allungò sulla poltrona.

Subito si addormentò o meglio gli parve di dormire.

Lo trovarono così i pompieri che irruppero nell’appartamento. Un medico ne constatò il decesso. L’ufficiale sanitario sollevò dal pavimento il piccolo notebook.

Lesse la pagina. Titolava: “E la storia continua…”.

Proseguì a scorrere le righe successive.

Alcune statistiche evidenziano una curiosa attinenza tra decessi relativi ad individui di sesso maschile e la maturazione del pensionamento da parte dei soggetti in questione. Ma io ho una storia da raccontare e sono sicuro che questo non sarà il mio caso…”.

Il medico che, dai commenti dei vicini, si era fatto un’idea del vissuto di quell’uomo ciondolò la testa e borbottò come se parlasse solo a se stesso: «La morte è una resa fisiologica, non esistenziale. I sogni migrano ad altri. La storia di questo narratore mancato resterà assopita, finché un giorno uno scrittore ignoto la risveglierà».

Poi, non sapendo come fare per spegnere quella meraviglia tecnologica, strappò con mal celato disappunto il cavo dalla presa di corrente. Il personal visualizzò il segnale di batteria scarica e, dopo qualche secondo, si spense con un sommesso pfoff, un cenno garbato per avvisare che aveva definitivamente chiuso il conto “avere” del suo proprietario.

 

Cesare Ferrari                                     

 

Qualcuno li ha visti?

Qualcuno li ha visti?

Una favola per adulti, scritta in un momento di rabbia impotente, qualche tempo fa, alla vista del progressivo degrado del nostro laghetto. Solo la fantasia poteva supplire all'inerzia delle istituzioni. Così... 

... Cadevano le foglie sulla superficie oleosa del Laghetto del quartiere. Galleggiando in precaria emersione si accalcavano verso le grate di fuoruscita sospinte da un’acqua ormai esausta. Una nuova sera di quel tardo autunno era testimone del progressivo languire che affliggeva il piccolo specchio d’acqua. Un tempo non molto lontano si era rivelato accogliente dimora per diverse specie di fauna lacustre. In quel periodo felice risuonavano i gridolini e i richiami dei bimbi che sorridevano raggianti nel tentativo di avvicinare cigni, anatre e germani. Le esternazioni gioiose dei fanciulli continuavano a fluttuare nel tempo come eco di fantasmi durante il progressivo degrado dell’ecosistema. Un disfacimento lento e costante che, né autorità né cittadini, aveva potuto e forse nemmeno tentato di fermare.

Nella bruma della sera nessuno aveva fatto caso a sette omini in tuta gialla e scarpette fucsia che, con sette piccoli picconi sulle spalle, si erano avviati lungo il vialetto che costeggiava il lago.

Con rapidità e organizzazione marziale la squadra aveva scaricato da alcuni mezzi di trasporto l’occorrente per innalzare una paratia lungo tutto il perimetro dello specchio d’acqua. L’assito era stato completato velocemente. I pochi curiosi infreddoliti si erano inutilmente interrogati e avevano chiesto spiegazione ai piccoli operai sul motivo di quell’intervento. Gli omini erano rimasti con bocche cucite. La notte aveva avvolto di mistero sette piccole ombre che, instancabili e ad un ritmo frenetico, avevano impilato sulla piazzetta dell’obelisco una vera e propria montagna composta da una strana struttura.

Nella prima parte della notte era risuonato il monotono brontolare delle idrovore che, presumibilmente, stavano succhiando acqua dal laghetto. Erano seguiti colpi di piccone in rapidissima successione, scricchiolii sinistri, percussioni di trapani elettrici, bagliori di saldatrici e, sul far del mattino, lo scroscio delle pompe che ripristinavano il livello liquido del bacino.

Alle prime luci dell’alba il sindaco, da buon primo cittadino mattiniero, stava percorrendo a passi veloci i viottoli deserti verso la portineria centrale. Era di buon umore. Il giorno precedente aveva avviato importanti accordi per la nuova politica sul territorio, per questo fischiettava un allegro motivetto. Superato un ultimo ponte, si era ritrovato sulla passeggiata che delimitava il bacino lacustre. Come d’abitudine aveva alzato gli occhi verso lo spruzzo che si innalzava per molti metri proprio al centro del lago… ma…

Si era strofinato gli occhi incredulo… il fischio gli si era smorzato tra le labbra fino a diventare un lamento querulo. Lì, al centro dello specchio d’acqua, al posto del solito getto spumeggiante c’era… c’era… non aveva avuto dubbi… c’era l’Albero della Vita! Sì, proprio quello dell’EXPO di Milano! Ancora frastornato aveva estratto il cellulare per chiamare il suo ufficio stampa.

La Notizia aveva percorso in punta dei piedi i pochi metri che la separavano dalla portineria centrale, aveva esitato un attimo ad attraversare la strada per aspettare il verde del semaforo, forse non completamente consapevole di non avere corpo. Poi, conscia del carico emotivo che trasportava, si era sdoppiata e involata in due direzioni: Viale Turchia, direzione Milano e Via Cassanese, verso Segrate. Veloce, furtiva, ma soprattutto femmina, la Notizia non aveva esitato a pavoneggiarsi sulle prime pagine dei giornali segratesi e milanesi. Gli organi amministrativi dell’Expo erano trasecolati nel constatare l’effettiva sparizione del monumentale simbolo dall’area dell’esposizione. La giunta milanese si era riunita in seduta straordinaria. Altrettanto aveva fatto quella segratese. Nel corso di entrambe le assemblee, quelli di destra avevano accusato quelli di sinistra. Quelli di sinistra avevano accusato quelli di destra. Quelli di centro avevano accusato quelli di sinistra e di destra. A metà seduta nessuno più sapeva chi incolpare, tant’è che qualcuno già cominciava a bofonchiare sommessi mea culpa. Qualche indipendente però aveva fatto notare che gli omini avevano tutine gialle e quindi non erano attribuibili ad alcuna fazione politica. Nel frattempo la Notizia, sempre più tronfia, aveva percorso in un baleno Milano-Roma, da casello a casello dell’Autostrada del Sole. Zigzagando nel traffico del Grande Raccordo Anulare aveva raggiunto il Parlamento che, su più ampia scala, aveva avuto la stessa reazione delle due sedi amministrative lombarde.   

Nessuno però era riuscito a dare un’identità precisa sia agli omini in tuta gialla sia ai loro mandanti.

Gli effetti dell’evento straordinario non si erano fatti attendere. Il primo giorno piccole schiere di curiosi si erano radunate ai bordi del lago per ammirare la famosa superba struttura. Poi, a poco a poco, nei giorni successivi i piccoli gruppi in sosta erano diventati assembramenti permanenti sempre più numerosi, fino a dilagare in fiumane interminabili. Le autorità segratesi avevano subito preso misure atte a fronteggiare il fenomeno straripante. I campi limitrofi all'abitato erano stati convertiti in parcometri. Il circondario della frazione era stato reso percorribile solo attraverso passaggi obbligati muniti di appositi tornelli. Le entrate pedonali, rigorosamente a pagamento, erano state pensate per comitive, per famiglie con o senza bimbi e con o senza cani; per over sessanta, settanta, ottanta, novanta, gratuite oltre i cento; per non vedenti accompagnati o soli, ma nativi e quindi in grado di muoversi autonomamente; per non udenti muniti di auricolari, abilitati ad ascoltare le sublimi melodie dell’Albero composte ed eseguite dal maestro Cacciapaglia; per non udenti privi di auricolari, ma in grado di leggere le note sottotitolate che apparivano sui megaschermi posizionati un po’ ovunque nelle zone adiacenti al laghetto.

Nel frattempo era aumentata l’autostima della Notizia che, ormai conscia della sua importanza, aveva preso a veleggiare fuori dai confini nazionali. Non era trascorso molto tempo che decine di voli charter avevano iniziato ad intasare tutti gli aeroporti del nord.

Centinaia di pullman avevano vomitato migliaia di visitatori nei campi adibiti ai loro parcheggi. Bancarelle di souvenir a ricordo dell’Albero della Vita migrato nel Laghetto dei Cigni erano sorte in tutto il territorio. Gli alberghi e i B&B erano straripanti di presenze. Le casse dei commercianti e dei comuni del territorio si erano gonfiate a dismisura. China Town del laghetto si era ampliato fino a lambire l’entrata del vicino ospedale. Era stato pensato e realizzato anche un passaggio diretto tra ristorante e sala rianimazione del nosocomio per soccorre in breve tempo le indigestioni da “involtini plimavela”. La Parrocchia aveva innalzato un nuovo campanile da cui penzolavano batacchi di ogni ordine e grado: suonavano ogni mezz’ora a distesa le melodie dell’Albero, ma nessuno si lamentava, dato che il suono ora aveva un tono laico. La disoccupazione sul territorio era praticamente scomparsa. Anche le casse dello stato avevano ricevuto la loro parte di beneficio dal perdurare del fenomeno. Il Pil era salito al 5% catapultando il nostro paese al primo posto nella crescita europea. Le società di rating ci avevano promosso: AAA­++- (ma il meno era stato assegnato per ritorsione da una delegazione di una delle società di valutazione. I loro funzionari erano stati colpiti da dissenteria causa muffa cresciuta su una partita di mozzarelle che aveva atteso troppo a lungo la sua carrozza. Purtroppo l’etichetta portava un marchio doc italiano).    

Nel tempo, come tutti i fenomeni dirompenti, l’interesse era rapidamente scemato. Il territorio aveva ripreso altrettanto velocemente il suo connotato usuale.

Una notte, così come era comparso, l’Albero della Vita era tornato al suo posto originario: spianata EXPO di fianco al Padiglione Italia. C’era chi diceva di aver udito nella notte gli stessi colpi frenetici di piccone, altri di aver notato piccole ombre nere muoversi furtive. In verità nessuno era in grado di dire chi avesse nuovamente prelevato la struttura e come l’Albero fosse tornato nella sua vecchia sede.

Erano tuttavia perdurati i benefici indotti da questa ventata improvvisa di notorietà. Sul territorio domanda e offerta di prodotti e servizi erano rimaste alte, consentendo di mantenere la disoccupazione a un livello minimo. China Town era tornato a dimensioni più sobrie, ma gli involtini “tiravano” alla grande. Le strutture di supporto alla straripante marea di pubblico erano state smantellate e il Laghetto dei Cigni si era ripopolato con schiere di nuovi pennuti. I bimbi avevano ripreso a rincorrere felici i cigni che, con grazia ed eleganza, volteggiavano superbi sulle acque pulite del lago, seguendo nelle loro evoluzioni gli spazi infiniti dell’anima aperti dalle melodie dell’Albero.

Il sindaco aveva preso spunto da questo episodio eclatante per ritornare con forza sui punti principali che caratterizzavano il programma del suo primo mandato. Aveva sottolineato come il suo modo di vedere la politica era in linea con l’operato degli omini in tuta gialla. Il loro recente esempio di intervento rapido e professionale sul problema contingente del degrado che affliggeva il laghetto era l’esatta trasposizione di ciò che doveva fare la politica: osservare il territorio, definire i problemi con l’aiuto dei cittadini, stabilire le priorità e agire velocemente, con organizzazione e determinazione. Inoltre, ove possibile, tutte le realtà politiche, pubbliche, private e sociali dovevano essere coinvolte. Non meno importante era evitare di rott… di dismettere strutture e servizi che valevano decine di migliaia di euro e potevano ancora essere utilizzate per scopi differenti o in luoghi diversi. Infine aveva ribadito che risolvendo anche un solo problema alla volta, a cascata si sarebbero succedute per induzione soluzioni di altre difficoltà, come era successo durante il soggiorno dell’Albero nelle acque del Lago dei Cigni.

Soddisfatto dell’evolversi della situazione, il giovane primo cittadino sorrise e si fregò le mani quando il suo portavoce gli comunicò che sette omini in tuta fucsia e con scarpette gialle, dotati di sette piccoli picconi, si stavano dirigendo verso l’acquitrino, in abbandono da anni, del moncone interrato relativo alla nuova (si fa per dire) Cassanese bis, da Lambrate verso l’ex dogana.

 

Fin qui la cronaca della vicenda. Ma ora è l’autore che vi parla. Devo confessarvi che gli omini sono il frutto perverso del mio indottrinamento. Io li ho vestiti, equipaggiati e sguinzagliati nel mondo reale, pur essendo a conoscenza che erano frutto della mia scriteriata fantasia. Sapevo che le loro personalità erano fragili e non mi stupisco che si siano lasciati prendere dal fondamentalismo politico. Sono diventati emblema di quel “Cambiamento” da tutti evocato. Ma diffidate del significato etimologico della parola! Nessuno può sapere se il cambiamento sarà in meglio o in peggio. Nessuno sa realmente se questo vocabolo non significhi solo, come dicono a Napoli: “Facite ammuina” e tutto poi rimarrà come prima. Il vero rinnovamento è di fatto sempre attivo, ma opera come deve operare: per piccoli, faticosi passi sospinti dalle coscienze e compiuti dalle iniziative di tutti noi. Spesso le coscienze si addormentano, di conseguenza anche le attività rallentano. Ma questo non giustifica l’intervento a gamba tesa della mia squadra fuori controllo! Quindi, se vi capitasse di imbattervi in qualcuno di questi omini colorati, armati di piccone, non esitate! Comunicatelo subito all’ufficio stampa comunale! Prevenire è meglio che curare perché loro, gli omini scavatori, portano il seme di gente come me, malata della penna, bugiarda per vocazione e utopista per definizione...

 

 

 

... Non so se pungolati dagli omini della favola, tuttavia, successivamente a questo racconto, un gruppo di residenti si è costituito in associazione con lo scopo di rivitalizzare il lago. Grazie alla tenacia e alla buona volontà di questi volontari la fauna caratteristca dello specchio d'acqua ha ripreso il suo aspetto originale.

Grazie!

Cesare Ferrari