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Quando l'Arcobaleno sorride

Quando l'Arcobaleno sorride

 

 E' il mio nuovo testo in lavorazione. 

Uno scrittore che ha da poco perso la sua compagna svela situazioni, fatti e ricordi del suo passato. 

Termine previsto della prima stampa: Ottobre 2017 (salute e nipoti permettendo).

Di seguito l'incipit dell'opera, che meglio inquadra il mio intento.

     

Ai miei figli:

 

ho usato verbi per intrecciare una rete e l’ho immersa nell’oceano di ieri. Giù giù l’ho calata, radunando brandelli d’essenza. Ma nulla ho raccolto di vostro: inadatto il pescaggio, troppo fini i tesori, fuor misura le maglie per potervi impigliare! Di voi, miei beni preziosi rimasti, nel mio lasco fraseggio guizza solo un accenno. Nel profondo vi tutela il mio mare!

 

Prologo

 

Ho due nomi e sono uno scrittore.

Un accorto osservatore del mio stile narrativo ha notato che le mie opere hanno due autori: Franco, mio primo nome, che descrive contesti laboriosi da rappresentare e Libero, secondo nome, leggero accompa­gnatore durante i voli pindarici della fantasia. Una sorta di sdoppiamento della personalità che subentra nel momento in cui, come accade al protagonista di un noto best seller, bevo la pozione prodigiosa dall’alambicco del mio laboratorio crea­tivo.

Prima di iniziare questo nuovo racconto Libero ed io ci siamo consultati a lungo nel merito dei contenuti da narrare. Io volevo un nuovo romanzo di genere storico, Libero propendeva per continuare il tema autobiografico che aveva caratterizzato il mio primo libro.     

Il dibattito si è concluso quando ci siamo trovati concordi nel ritenere che vi sono momenti nella vita in cui di­venta urgente ed essenziale ravvivare i ricordi. Far riemergere dal passato e descrivere le sensazioni dell’ambito emotivo atte­nua le vertigini che circondano il tempo della malattia della persona amata, lenisce l’angoscia provocata dal timore della sua scomparsa, vela la presenza palpabile delle sue tracce nei momenti vuoti della sua presenza.

Ha vinto Libero.

Certo, avrei potuto tenere per sempre nel segreto del mio diario queste memorie. Ma che senso avrebbe far volar via con me pagine di vita? Il mondo ha un bisogno essenziale di testimonianze concrete d’amore e di sofferenza.

Alcuni tra i più tenaci ricordi, scelti con l’apporto del mio alter ego, sono il mio contributo a sostegno di tale necessità e costituiscono la sostanza delle pagine che ho annotato. Sono appunti che non hanno la caratteristica di un romanzo, ma se­guono un percorso a ritroso ricalcando le orme del passato, quelle che oggi il mio essere cosciente distingue ancora. Un volo dello spirito nei luoghi e nel tempo antecedente, contempo­raneo e successivo alla comparsa nel cielo dell’arcobaleno che ha disperso le nuvole e colorato i miei giorni: Sabina, cono­sciuta, amata e divenuta nel tempo il mio complemento, disillusa nel suo smisurato amore per la vita.

Per rendere merito a questa caparbia voglia di esistere, ho cercato di privilegiare la sua irriducibile speranza di guarigione alla devastazione della malattia, pur mantenendo il percorso di sofferenza della mia compagna come contesto sostanziale del racconto.

Nel dipanarsi del filo conduttore, i ricordi affiorano casualmente, simili a bolle di sapone sospinte dal soffio incerto di un fan­ciullo. Galleggiano verso la superficie guidati dalle emozioni e dalle circostanze. Possono essere chiari, incerti, durevoli o evanescenti se­condo la direzione e l’intensità dell’alito che li ha sollecitati. È faticoso seguirne le evoluzioni. Sembra di poterli afferrare prima che svaniscano… ma è puro abbaglio! Tuttavia la perce­zione che ha di loro la memoria, per sua natura tendente a regi­strare l’evento e a trascurare il tempo in cui è accaduto, ci restituisce l’illusione del presente. Questa peculiarità, non conforme alla moderna tecnologia per quanto ri­guarda la ricomposizione delle immagini, è l’unico vero rifugio e segno tangibile della nostra identità.

Non esiste il futuro perché non sappiamo come sarà e se ci sarà. L’immediato è fugace perché non abbiamo il tempo per rimanerne in sintonia. Possiamo solo affidarci ai vapori impal­pabili che affiorano dalla nostra memoria per recuperarne traccia. Tale dono, ma anche fardello, tra tutti quelli che ab­biamo in dote, è forse il più grande. Poter testimoniare ogni giorno e lungo tutto il corso della vita, circostanze che ci hanno sfiorato solo per un attimo è la prova che siamo individui unici sulla terra, riconoscibili da tutti coloro che appartengono al nostro contesto.

Privilegiando l’aspetto atemporale insito nei ricordi, con ago e filo ho cucito ogni scampolo di mia insorgenza remota alla sindone dolorante di Sabina, ottenendo una veste imbastita con verbi che narrano solo al presente.

Sul mio convoglio diretto in contromano, accanto al posto occupato dall’adorata compagna, il finestrino riflette un’altra immagine femminile: il mio primo amore.

Nei giorni tristi della malattia, solo e in balìa dello scon­forto, ricomporre i frammenti di quell’affetto celato dal tempo mi ha aiutato a sviare la percezione straziante di essere impotente pellegrino nell’accompagnare Sabina lungo la sua via dolorosa.

Per questa ragione Libero ha ritenuto che fosse giusto rac­contare anche la mia tenerezza lontana, ancora fre­quentatrice del mio spirito, nella speranza che almeno a lei, a Beatrice, sia toccata sorte benigna.

Confermo: il primo amore non si scorda mai! Lo testimonia con maggior credito il mio cuore che ne custodisce solo due... anche se, nascosto tra le righe, ne riconosco un terzo.

 

 

Capitolo Uno

 

Novembre 2014.

 

Anche stasera sono riuscito a riservare una delle poche e contese poltrone reclinabili! Il trambusto e il viavai dei parenti si è smorzato quasi d’incanto. Fuori è già buio, novembre si è ripreso l’ora di luce prestata ai mesi estivi, ma in questo periodo a me poco importa. Trascorro le mie giornate accanto al letto 245 da più di un mese, da quando è avvenuto l’ultimo ricovero di Sabina, mia moglie.

La paziente 245, nel gergo del reparto la Due-quattro-cinque, occupa uno dei due letti di un’anonima stanzetta dell’Ospedale, a una manciata di metri dalla nostra abitazione. Si potrebbe pensare che, nella malasorte, la vicinanza sia una fortuna, se non fosse che questo breve tragitto mia moglie l’ha percorso almeno dieci volte in questi ultimi due anni, per altrettanti ricoveri e decine di altre volte per esami clinici.

Sono le diciannove, l’orario critico per il personale del reparto. I medici hanno concluso la loro giornata lavorativa, ne rimane uno solo che è di guardia e operativo per l’intera notte. Sono a suo carico, nonostante le diverse competenze che richiedono i due settori del piano, tutti i pazienti delle stanze che si affacciano a questo interminabile corridoio.

Poco più tardi assisto al cambio turno degli infermieri che abbandonano le loro postazioni per riunirsi in una piccola aula e scambiarsi le consegne.

È una sorta di limbo per coloro che sono sospesi nei loro letti, privati dell’assistenza per decine di minuti. È anche una delle tante ragioni per cui ho messo le radici nel reparto. Mi devono portar via a forza se pretendono la mia presenza solo negli orari concessi al pubblico. Nel tempo ho imparato a conoscere e riconoscere le attitudini professionali e umane di medici, chirurghi e infermieri. Non ho mai fatto nulla che intralciasse il loro lavoro… Ho sorvegliato e, quando è stato possibile, ho aiutato. Gli addetti del personale sanitario gradiscono la mia presenza perché, se non ci fossi, dovrebbero dedicare molto più tempo alla Due-quattro-cinque.

Oggi sembra che tutto sia nella norma. Assisto, in piedi nel corridoio, all’ultimo “giro” delle infermiere che preparano i pazienti per la notte. Mia moglie è sempre l’ultima perché ha bisogno di attenzioni particolari.

Ricevo il permesso di entrare. Mi avvicino al letto di Sabina. Le hanno rialzato lo schienale e i cuscini per sollevarle le spalle. È una sua richiesta, la posizione supina non è compatibile con la piaga che l’affligge proprio in corrispondenza della zona sacrale. Il letto è leggermente rialzato verso la testata, per questa ragione scivola in continuazione e i piedi escono oltre la barra di contenimento fino a sollevare le coperte.

La guardo e mi guarda con quella luce che è solo un riflesso del suo amore per la vita, che pur c’è… ancora c’è. Inspira per non cedere, nonostante la realtà le consegni una via crucis… Espira nel timore che manchi il prossimo respiro. È immobile mentre sopporta il male con celata sofferenza. La sua psiche è da tempo borderline, esposta alle vessazioni di alcuni assistenti mercenari. Per questo sono qui… e non mi muovo!

Allunga la mano alla ricerca della mia e il suo braccio nudo si rivela: è gonfio e livido, straziato da ematomi. Non vi è un centimetro che non sia stato esplorato e sondato da aghi simili a quello che vedo spuntare da un unico cerotto candido, in contrasto con il blu che lo contorna.

Avevo bisogno del suo contatto fisico, ieri. Ho infilato la mano sotto il lenzuolo e ho sentito bagnato. Allarmato ho sollevato le coperte… l’umido era sangue, una pozza enorme di sangue. L’ago si era sfilato e dalla vena usciva un rivolo rosso che si allargava per buona parte del lenzuolo, mischiandosi con il liquido della flebo.

Oggi le hanno infuso in vena una sacca di plasma… “colpa della malattia che si mangia eritrociti e piastrine”, mi hanno raccontato. Per questo sono qui… e non mi muovo.

«Hai sentito il chirurgo? Mi operano?»

La voce è flebile, ma non è questo che mi colpisce: è il tono di supplica che mi sgomenta. Non ricordo di aver mai sentito quell’inflessione nella voce di Sabina.  

«No amore, prima ti devono fare il test del “Blu” per vedere se esiste qualche piccola perforazione dell’intestino»

Nel ripetere quell’”amore” che ormai è preludio di ogni mia frase, mi meraviglia la naturalezza con la quale mi scivola fuori. Siamo sposati da quarantadue anni e non ricordo l’uso frequente di questa parola dal tono mielato. Ma subito il dolce svanisce al pensiero di un’altra parola fatta ossessione nella mente: l’Operazione!

È l’unica alternativa. Se ci fosse una perdita intestinale, anche minima, potrebbe essere la causa dell’infezione che da anni, non sappiamo quanti, ha colpito la zona pubica di mia moglie. In tal caso avrebbe senso procedere all’intervento chirurgico.

La maledetta sepsi, divenuta cronica nel tempo, ha favorito la comparsa della ancor più dannata malattia rarissima e ignorata quasi completamente dalla ricerca scientifica. Nei pochi centri nel mondo dove le prestano attenzione, ottengono risultati pari ai fondi donati da privati, ovvero gocce nel mare. E “LEI”, subdola e talmente dirompente da distruggere uno ad uno gli organi vitali dei suoi bersagli, sceglie con cinismo le sue vittime: poche, ma senza speranza.

Spengo la luce dedicata al settore della mia compagna. La vicina di letto dorme. Filtra solo un riverbero chiaro dal corridoio. Per regolamento la porta deve rimanere aperta. Avvicino una sedia e consegno la mia mano nel palmo aperto che porge mia moglie. Rimango così… a lungo, mentre ripenso con nostalgia alle volte che, distesi l’una accanto all’altro, ci siamo scambiati quel contatto così semplice, così esplicativo.

Sabina si è quasi assopita, lo capisco dalla presa morbida del suo contatto. I farmaci assunti e le gocce di sedativo ingerite stanno agendo. Con voce intrisa di sonno mi sussurra:

«Di che cosa si tratta? Cosa mi fanno?»

«Nulla di fastidioso…» mi affretto a replicare in tono rassicurante «ti faranno bere un liquido di colorazione blu per evidenziare l’eventuale presenza di una perforazione intestinale.»

Non termino la spiegazione per non affaticarla. Una perdita, anche minima, instraderà il colorante nella fistola perianale che il suo corpo ha scavato nella zona pubica: il suo assorbente si colorerà di un blu deciso.

È più di un anno che si parla di un provvedimento risolutore senza riuscire ad ipotizzare quale potrebbe essere. L’esito positivo del test indicherebbe l’Operazione come strada da seguire: l’infezione sparirebbe e di conseguenza la malattia che ne deriva…

La mano della mia compagna è completamente rilassata. Lentamente mi sposto sulla poltrona reclinabile. Sono fortunato, si flette! Mi stendo un momento. Aspetto l’arrivo di nostro figlio che ogni sera, all’uscita dal lavoro, viene a darmi il cambio. Rimane fino a tardi, privando la famiglia della sua preziosa presenza. È un sacrificio naturale: nel letto 245 c’è la persona che gli ha donato la vita.

Aspetto qualcun altro oltre a nostro figlio… è in ritardo, ma so che verrà.

 

                                                                (***)

                                                    

 

 

Cappuccetto Grosso

Cappuccetto Grosso

 

Libero seguito della favola di Cappuccetto Rosso.

 

Il coltellaccio del cacciatore aveva spalancato la pancia del lupo. Cappuccetto Rosso uscì dal buio. Strizzò gli occhi non abituati alla luce e subito si guardò allo specchio. 

 

 

 

 

Mamma mia com’era dimagrito! Doveva immediatamente rimettersi addosso qualche chilo.

 

 

Guardò nella dispensa della nonna per vedere se ci fosse qualcosa da mangiare. Vuota, ohimè! Controllò la madia per vedere di rimediare qualche pezzo di pane. Nemmeno una briciola! Che fare? Si sentiva dimagrire così velocemente da cogliere lo scricchiolio delle sue ossa ad ogni movimento.

 

 

 

Nello stesso tempo la fame era diventa una vera fame da lupo… Lupo? Eccolo là il lupo ucciso dal cacciatore! Era in un angolo della stanza e, d’un tratto, non era più minaccioso, anzi, sembrava così appetitoso!

 

 

Cappuccetto Rosso non ci pensò due volte: accese il fuoco nel camino, infilò lo spiedo nella pancia del lupo e lo mise a rosolare. Quando fu bell’e cotto, carni dorate e profumino d’arrosto delizioso, affettò una coscia e si mise a mangiare.

Mangiò, mangiò e ancora mangiò, finché il lupo non rimase spolpato fino all’osso. Ora si sentiva decisamente meglio. Si guardò nuovamente allo specchio per vedere se il suo aspetto fosse migliorato. 

GULP!!

Era diventato un grassone! Ora tutti lo avrebbero scherzato chiamandolo Cappuccetto Grosso! Che fare? Passarono le ore e Cappuccetto iniziò a sentire una spiacevole sensazione. Un prurito strano gli infastidiva la testa. Si toccò il naso e lo sentì gonfio e bitorzoluto. Si tastò il capo e sentì due strane protuberanze. 

 

Allarmato si precipitò davanti allo specchio e… incredibile! Gli stavano crescendo due orecchie da lupo! Anche il naso si stava aguzzando e prendeva la stessa forma dell’animale che aveva mangiato con gusto. Forse aveva messo troppo impegno nel saziarsi della sua carne. Forse avrebbe dovuto ascoltare i consigli dei grandi! 

La nonna, appena uscita dalla pancia del lupo, era subito andata a fare provviste e aveva raccomandato alla nipotina di attendere il suo ritorno. La bimba si pentì di non avere ascoltato il suggerimanto della vecchina, così come non aveva prestato attenzione alla mamma che l’aveva messa in guardia dall’attraversare il bosco. Seguendo quel pensiero Cappuccetto si lasciò scappare un lamento. Un lamento? Era un vero e proprio…

           

 

 

 

 …uuuululato…

… un ululato da lupo!

Subito i cacciatori che erano ancora nei paraggi, tornarono verso la casetta della nonna. 

 

 

Entrarono, videro Cappuccetto Grosso e pensarono di essere in presenza di un altro lupaccio. Gli puntarono contro i fucili e stavano per sparare... Ma in quel momento comparve la nonna che strillò con tutto il fiato dei suoi novant’anni:

 

«Fermi! Non sparate, questa è la mia nipotina Cappuccetto Rosso!». 

I Cacciatori ubbidirono e posarono i fucili. Passato lo spavento, la nonna mise in azione il suo cervello che era diventato sì più lento con il passare degli anni, ma molto molto più saggio ed arguto.

«Chi di voi ha una lupara?» chiese ai cacciatori che non sapevano più cosa fare.

«Io» rispose un cacciatore siciliano. Allora la nonna disse rivolto a lui:

 

 

«Ascoltami bene! Soltanto tu sparerai alla mia nipotina, ma invece di premere il grilletto all’indietro,

 

 

dovrai spingerlo in avanti.» 

«Lo farò se me lo chiedi, ma non vedo quale effetto possa produrre questo innocuo movimento contrario del dito.»

«Semplice!» rispose la nonna

«in questo modo la “lupara” diventerà il suo esatto contrario e cioè “arapul” producendo non uno sparo, ma un risucchio di tutto ciò che, attorno a noi, è lupo.» 

Il cacciatore con la lupara mirò, mosse il dito nel verso che gli aveva suggerito la nonna e

"MIP!”, “MUP!”,” MAP!”  

 tre spari al contrario generarono un vortice inverso d’aria che portò via tutta la ciccia di lupo che Cappuccetto Rosso si era ingollata.

 

 

 

I cacciatori salutarono con grida festose la felice riuscita dell’idea della nonna.

 

 

 

 

 

Cappuccetto ritornò secco, secco come era uscito dalla pancia del lupo, ma, nonostante la fame, si guardò bene dal toccar cibo fino a che tornò a casa dalla sua mamma.  

 

 

                                                                                               Cesare Ferrari

 

                

FINE